La mischia assassina

23 dicembre 2010

Leggere un articolo che parla di rugby sul Wall Street Journal fa strabuzzare gli occhi. Non è certo uno di quei quotidiani su cui te lo aspetti. Però è la versione “Europe” ed in qualche modo l’argomento trattato viene visto in ottica “economica”, dunque …

L’oggetto dell’articolo di oggi è la mischia ordinata (il titolo la fa sentire “sotto pressione”) e le nuove, diciamo recenti, regole d’ingaggio a quattro mandate, come noto ufficialmente poste in essere per tutelare meglio la salute degli uomini di prima linea e per rendere più equilibrato il momento topico. Nell’articolo si analizzano dati sui reset come quello che ha visto 8 mischie su 8 “non pulite” nell’ultimo Inghilterra-Australia, dei diversi reset, in generale, in una stessa mischia, il tutto corredato con testimonianze di ex giocatori e tecnici che mettono in evidenza come la mischia possa “uccidere” il match e renderlo “noioso”. Ovviamente ci si deve limitare al rugby internazionale perché di partite “noiose” nei vari campionati ce ne sono e ce ne sono state tante anche con le regole vecchie ed indipendentemente dalla mischia. Ma questo succede anche nel calcio ed in altri sport.

Io personalmente ero per il mantenimento dello status quo anche perché addurre come motivazione principale la tutela della salute, collo sostanzialmente, della prima linea mi sembrava un tantino “capziosa”: basta andarsi a vedere quanti di coloro che hanno dovuto abbandonare il rugby negli ultimi due anni sono uomini di prima linea.

L’analisi del WSJ si chiude citando i dati sulle presenze di Irlanda-Sudafrica (15.000 persone in meno della capienza) e Galles-Australia (-20.000) imputando in sostanza alla mischia il calo degli spettatori. Peccato che non sia stata considerata, almeno per l’Irlanda, la difficilissima situazione economico-finanziaria e la politica dei prezzi praticata all’Aviva Stadium che ha indotto molti a rinunciare per una volta.

Vi sono partite come le ultime due Australia-Nuova Zelanda o come Ospreys-Munster che non hanno certo annoiato, anzi, pur se qualche ordinata è stata resettata o è terminata con un calcio, libero o meno. Il problema forse non sono solo le regole in sé ma chi a quelle regole deve attenersi. I trucchi del mestiere sono vari e vari saranno sempre. Le facciamo tutte no contest!?

Se gli spettatori sono in calo non potrebbe essere, forse, perché si sta giocando qualche partita di troppo? Il rugby è cresciuto, continua a piacere e a fare proseliti ma è forse lecito porre il quesito se non vi sia una leggera sovraesposizione a livello internazionale. 6Nazioni, 3 Nations (ormai 4), ok, poi tour estivi, test match autunnali (chi tre, chi addirittura quattro). Senza toccare il discorso tv, che porta comunque soldi e muove interessi. Che occorra provare a ridisegnare un po’ il quadro?


Ah, les français (du rugby)!

6 dicembre 2010

Ah, les français! Loro, i transalpini, emettono spesso questo “sospiro dedicato” per noi italiani, ma rugbysticamente parlando noi italiani quando ad esempio eravamo nel periodo Johnstone-Kirwan un po’ lo abbiamo sospirato rimpiangendo il periodo di Coste. Sabato mattina, alla presentazione del progetto “Scuola di Rugby” della Rugby Parma mi sono intrattenuto alcuni minuti con Jean Bidal. Bidal, per chi non lo sapesse, è noto per essere un seminatore di rugby universale (lo manda in giro l’International Rugby Board laddove il rugby deve “farsi le ossa” come in Georgia), in Italia è già sceso diverse volte, nel 2007 ha fatto visita anche a Piacenza, per tenere lezioni ai tecnici italiani.

La Rugby Parma lo ha chiamato in qualità di supervisore, tutor per lo sviluppo del settore giovanile. Ne ho approfittato, lo avevo già visto alla Clubhouse della Rugby Parma in occasione di un recente test match internazionale, per dirgli che a Parigi, nel settembre del 2008, avevo acquistato il suo libro di tattiche, dove però vi erano anche considerazioni interessanti, e che lo avevo citato nel libro “Rugby, dal campo all’azienda” da me scritto insieme ad altri due autori. Mi ha fatto sapere che ne sta scrivendo un altro e questo potrebbe essere in inglese così da essere distribuito all’estero senza problemi.

Mi sono addentrato nel merito “francese” confessandogli ciò che reputo, ma non solo io, fondamentale per il rugby italiano, in generale: il bisogno di avere tecnici francesi che ci aiutino a crescere. Risposta confermativa scontata da parte sua: i tratti in comune sono tanti, mi dice lui. Kirwan ad esempio, mi spiega, va bene in Giappone: là sono tutti belli inquadrati. Al che lo accomiato dicendogli che ormai siamo vicini al ritorno al francese sulla panchina azzurra, al che si stringe nelle spalle e potete immaginare come possa aver commentato.

Nessun nome, ci siamo salutati dandoci appuntamento ad una sua prossima lezione, che sono curioso di vedere, e sentire.

I nomi comunque li faccio io qui, ora. Secondo i bene informati, vedremo se lo saranno altrimenti tolgo il saluto, c’è già l’accordo con due tecnici transalpini forse pure la firma (certo che se Mallett dovesse portare a casa due vittorie al 6Nazioni e approdare ai quarti alla RWC …). Per l’head coach il nome è quello di Jacques Brunel, attuale allenatore del Perpignan che ha portato alla conquista del titolo francese nel 2009 e col quale ha ancora un altro anno di contratto, ma rescindibile in questo caso; il suo assistente sarebbe Serge Milhas, i due si conoscono bene, attuale tecnico de La Rochelle che ha riportato quest’anno in Top14. Saranno, eventualmente, gli uomini giusti? Posto che la stasi azzurra non è comunque esclusiva materia a carico di Mallett, lo scopriremo solo vivendo.


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